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Marie-Hélène Lafon vince il Prix Arcades de littérature francophone 2026

 

La scrittrice francese Marie-Hélène Lafon, con Hors champ, è la vincitrice del Prix Arcades de littérature francophone, il Premio letterario istituito dall’Alliance Française di Bologna, volto a ricompensare un’opera in lingua francese pubblicata nell’anno in corso.

Marie-Hélène Lafon sarà a Bologna per una due giorni di incontri, venerdì 23 e sabato 24 ottobre. Un’occasione da non perdere per conoscere una delle voci più potenti e premiate della narrativa francese attuale.

 

Calendario degli appuntamenti:

Remise du Prix Arcades (su invito)

Incontro con le scuole (su prenotazione)

Incontro aperto a tutti

 

Il Prix Arcades de littérature francophone è organizzato in collaborazione con: Biblioteca Salaborsa, Feltrinelli Librerie, Air France, NaturaSì, Flli Biagini S.r.l. Nell’ambito del Patto per la lettura Bologna.

 

Recensione del libro Hors champ, di Marie-Hélène Lafon, a cura di Valérie Lacroix, Fondatrice e presidente del Prix Arcades de littérature francophone 

Non si entra in Hors-champ attraverso gli occhi. L’esperienza procede da una sinestesia in cui la lettura si sperimenta attraverso i sensi, nel passaggio organico dalla pagina alla pelle. Attraverso il morso del silenzio, attraverso un’acustica quasi minerale, leggere Marie-Hélène Lafon significa confrontarsi con la fisiologia del verbo – là dove la scrittura procede da una memoria del territorio. La parola non è mai un ornamento; è un organo, un’estensione nervosa di questa terra del Cantal che ricorda la volontà di Pierre Michon di sacralizzare l’infimo, trasformando l’argilla delle stirpi in un oro liturgico per fare del contadino una figura ieratica. L’opera si frammenta in dieci quadri come altrettanti pentimenti della memoria, seguendo i personaggi dall’età di 4 a 55 anni.
Lafon procede come un pittore: non racconta, compone. Alla maniera del suo lavoro su Paul Cézanne, cerca la struttura sotto la luce, ma vi inietta una chiarezza alla Vermeer. Questa luce laterale cade su un gesto sospeso – versare il latte, fissare l’orizzonte – e metamorfosa l’atto banale in una liturgia del minuscolo. L’economia di mezzi diventa allora un’etica dello sguardo in cui l’insignificante si fa ricettacolo del sacro; qui, il silenzio non è un vuoto, è una materia prima, una scultura di luce dove ogni non-detto pesa il peso di un’eredità. È in questo chiaroscuro che si gioca il destino di Gilles e Claire, due solitudini calamitate dallo stesso centro di gravità. Se Gilles è la roccia, Claire è l’onda; lei è colei che si emancipa attraverso il verbo e l’esilio urbano, prima del ritorno incessante alla fonte cieca dell’origine. Uniti da una geometria delle presenze degna di una scena di genere olandese, incarnano una sedimentazione paziente del tempo. La progressione si compie per scansioni, nei margini e nel fuori campo, spiegando una malinconia sovrana che offre una statura mitica a questi vinti della modernità. All’alba della vecchiaia, la loro solitudine diventa un’ascesi – un soffio finale in cui il fratello e la sorella si fanno custodi di un mondo che sparisce.
Qui la filiazione non è un’eredità, ma una geologia, un’intelaiatura di passato che suggella i destini. Per Claire, essa si esprime nella tensione permanente tra la lingua appresa – quella della precisione chirurgica – e la lingua del ventre, questo francese viscerale e roccioso che la richiama alla terra. Non ci si strappa dalla propria stirpe; la si porta in sé come un archivio corporeo. Marie-Hélène Lafon non cerca la liberazione, ma l’impronta. I silenzi degli antenati si raccolgono come frammenti di vetro, formando la struttura stessa dell’anima. Hors-champ si impone così come un atto di resistenza: una mano posata sul mondo che se ne va per trattenerne il calore, nominare l’ombra e fissare per sempre ciò che resta.

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